ARMONIA E CAOS NELLA LETTERATURA ITALIANA E NEL MONDO Giuseppe Recchia


Con le opere di Alessandro Manzoni noi entriamo di diritto nella letteratura moderna utilizzando i barlumi di altre letterature, in special  modo del romanticismo tedesco.

Con esso Manzoni pone le basi anche in Italia per la diffusione di un genere nuovo, quello del romanzo realistico moderno, che conoscerà larga diffusione nel futuro dell’Ottocento e poi sarà il Manzoni a tracciare le linee di una nuova letteratura approdata e coltivata poi in maniera sublime da Leonardo Sciascia.

Ma i momenti più autentici di una discussione ampia sugli studi letterari li semineranno Jean Paul Sarte ed Italo Calvino con le loro dichiarazioni ed i loro scritti.

CALVINO



Italo Calvino

Poi, con l’avvento della cultura di massa non esiste più una vera letteratura se non una letteratura informatica che ha  stravolto ogni significato e portandoci ai confini  di una modernità che va cancellando il senso stesso della modernità. Sartre sosteneva che nella letteratura  è importante il rapporto fra lettore ed Autore.

Ed infine Sartre si chiede: “perché si scrive?”. Domanda alla quale lo stesso Sartre dà una risposta di natura psicologica valutando bene le ragioni che stanno alla base dell’attività di qualsiasi letterato, anche perchè la lettura è educazione alla conoscenza di noi stessi e la letteratura aiuta a identificare e definire le proprie emozioni. Ed a questo proposito scrive: «non posso fare a meno delle parole dei poeti, dei racconti e dei romanzieri».

 Inoltre il filosofo dell’esistenzialismo con il suo primo romanzo, La Nausée, tenta una vera sfida per dare “forma letteraria a un’idea filosofica”, e al tempo stesso cerca di trasformare la forma letteraria del diario che fino ad allora era stata utilizzata esclusivamente per l’esplorazione della ‘vita interiore’.

Italo Calvino grazie alle intuizioni sartriane s’impegnerà a superare i dubbi e le analisi di Sartre cercando di dare ordine ed equilibrio alla letteratura seguendo ‘l’armonia dell’universo’ che è in costante evoluzione e che segue il suo percorso di scrittura, in particolare della narrativa, elemento al quale lui dà una certa importanza per mettere ordine nel caos del mondo, caos determinato dal labirinto sistematico del mondo.

L’immagine del labirinto, del disordine, del caos, dell’impossibilità quindi di ritrovare all’interno di sé e in quanto ci circonda un ordine, appare in un articolo pubblicato sulla rivista Menabò 5 (1962), “La sfida al labirinto”, saggio che esprime l’idea calviniana della letteratura nella quale lo scrittore vede la matrice dell’ordine che, sopprimendo il caos, permette di comprendere il mondo.

                    Seguendo gli sviluppi e le riflessioni da lui pubblicate in diversi saggi e in diversi anni, Calvino arriva alla conclusione che: l’uomo deve accettare la sfida del labirinto per poterne trovare l’uscita, deve cercare cioé d’affrontare la complessità del reale nel rifiuto delle soluzioni troppo semplicistiche che alla fin fine non fanno che confermare l’ambiguità dell’essere di fronte alla vita ed al mondo. Ma l’uomo, – concluderà lo scrittore cubano ma di genitori italiani deve avere anche e soprattutto la volontà di resistere alla tentazione di perdersi nel labirinto – persuaso che sia questa la sua sola possibilità e condizione. Questa idea di smarrimento la ritroviamo in egual modo in un altro scritto pubblicato precedentemente nel numero 2 della stessa rivista Menabò, “Il mare     dell’oggettività”.

Ma in questo caso si tratta della “perdita dell’io, la calata nel mare dell’oggettività indifferenziata, senza che ci sia più alcuno spazio per la soggettività”.

 Parte infatti dall’idea che l’arte sommerge i lettori, annullando l’apprezzamento individuale, sopprimendo quindi l’individualità, l’io. “Il suo intento è quindi di passare dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza individuale.

Ma in questo labirintico itinerario interiore, Calvino giunge alla certezza che l’io non è il soggetto unico della conoscenza del mondo.

 E scrive : “Di solito si pensa che l’io sia uno che sta affacciato ai propri occhi come al davanzale di una finestra e guarda il mondo che si estende in tutta la sua vastità, lì davanti a lui. Ebbene, c’è una finestra che si affaccia sul mondo. Di là c’è il mondo, e di qua? Sempre il mondo, cosa altro volete che ci sia?…forse.

Questi due saggi sono essenziali per introdurre l’idea enunciata nel titolo di queste nostre riflessioni, in quanto lo scrittore cubano e italiano vi introduce una poetica etico-conoscitiva capace forse di definire la situazione esistenziale dell’uomo contemporaneo in un mondo sempre quanto mai enigmatico, suggerendo perciò la giusta via della conoscenza come un sistema per introdurre ordine ed equilibrio nel caos.

Se andiamo dietro nel tempo e risaliamo alla scrittura di James Joyce ed alla sua reinvenzione del linguaggio scopriremo che Italo Calvino aveva ragione.

 E voi vi chiederete perchè. Perchè se ricordate che la scrittura è fatta di parole e che queste parole viaggiano come valigie e che una volta avviato in questo viaggio delle parole ha una sua logica in quello che è venuto dopo.

 Parlo della rottura degli schemi formali che tenevano impigliata la letteratura precedente, la nascita del modernismo.

Per dire: senza Joyce probabilmente non sarebbero esistiti, tra gli altri, Samuel Beckett,  Garcia Marquez e perfino Philip Dick.

Sì, Philip Dick, che in un’intervista del 1969 disse: «un giovane scrittore dovrebbe studiare approfonditamente tutto James Joyce, dai suoi primi racconti brevi fino a Finnegans Wake».

 Quello che a Dick faceva impazzire era quel modo vivo e veritiero di ricreare la realtà (sia dei fatti che dell’immaginazione) ed esplorare la profondità della mente umana di cui Joyce è stato maestro indiscusso.

Ma, più di ogni altra cosa, la convinzione che accomunava Dick e Joyce era che, per imparare a scrivere, per imparare a fondo l’arte della scrittura, fosse indispensabile imparare a leggere. E questo è proprio il maggiore insegnamento che un giovane scrittore, ma anche un critico o lettore comune, può e deve apprendere da Joyce.

L’Ulisse di Joyce è sì un viaggio che in apparenza ci confonde le idee , ma è invece un viaggio per viandanti pazienti, un lavoro intellettuale ma soprattutto di corpo, un viaggio d’amore che lentamente ci riportano ad un equilibrio del senso e della conoscenza.

E se pensiamo a pochi aneddoti per lo più disparati, agli antipodi, raccontati da scrittori che in qualche modo hanno visto l’Ulisse sfiorare le loro vite e forse chissà, probabilmente caratterizzarli per sempre.

 Le notti d’infanzia di David Foster Wallace erano animate dalla recita serale che i suoi genitori facevano del romanzo di Joyce, mentre per Henry Miller «esistono passi, nell’Ulisse, che si possono leggere soltanto al gabinetto, se si vuole gustare appieno il piacere che essi danno».

Utilizzando le teorie e gli stili di scrittura di Joyce, di Calvino ed i particolare i consigli che un  giorno a Parigi mi diede Anais Nin, una vagabonda del mare della letteratura iniziai a scrivere nella capitale francese i miei primi libri nel clima delle avanguardie francesi.

 Con Italo Calvino che era il mio spirito guida al cafè Flore a SaintGermain-des-Prés e poi che mi seguiva spesso al Grand Palais, dove io insegnavo intorno agli anni Ottanta  ai corsi di  civilizzazione italiana.

Il ‘Grand Palais’ era un grande padiglione espositivo di vetro, costruito per l’Esposizione Universale del 1900.  Lì si tenevano numerosi corsi e lì io ebbi modo di insegnare e di approfondire io stesso i miei studi sulla cultura italiana.

 

 L’edificio poi rimase chiuso per dodici anni per un radicale restauro dopo la caduta di un pannello di vetro dal tetto nel 1993 e riaprì nel settembre 2005. Questa mia nota è per dire che tutte le grandi opere hanno qualche difetto che prima o poi finiscono in catastrofe e risulta difficile perciò indicare un colpevole. I colpevoli  sono tanti perchè nessuno è santo .

Ai miei corsi venivano spesso non solo gli studenti ma anche molti intellettuali e scrittori che spesso mi davano ottime indicazioni e suggerimenti per le mie lezioni che mi furono utili in seguito per il mio lavoro di scrittore.

 E se oggi io sono uno scrittore lo devo a questa importante esperienza al Grand Palais.

 Il mio spirito polemico che mi accompagna in ogni mio scritto lo devo ancora una volta ad Anais Nin che mi diede lezioni di  coraggio nell’affrontare i temi ed  i generi di scrittura che variavano  molto spesso in tanti settori della conoscenza.

 Io sono stato sempre un vagabondo  e questo mio vagabondare ha ispirato anche la mia scrittura, per cui io non ho un genere letterario preferito perchè ogni genere è nelle mie corde, dal politico  al religioso, dal favolistico allo scientifico, dal biografico all’autobiografico, tutti insomma li ho sperimentati e di nuovi ne sperimenterò.

Fino a trovare una definizione nuova ed unica del mio genere letterario che non è mai lo stesso ed aggiungo che dato il mio stato di salute che non mi consente la mobilità del corpo, io faccio in modo che la mia mente abbia una mobilità e velocità doppia per sopperire alle mie mancanze fisiche.

 

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